
| Una prima analisi A.B. La
riforma viene definita dalla legge 53/2003, anche se in realtà
la sua attuazione viene in toto demandata a successivi decreti attuativi
che, in quanto tali, saltano completamente il passaggio legislativo
in Parlamento. 1. l’anticipo della scuola materna ai due anni e mezzo, privo di qualsiasi giustificazione pedagogica, appare solamente un modo per offrire ai genitori un servizio sociale di custodia dei bambini, che in sé non sarebbe sbagliato, se non fosse che non sono previsti ampliamenti dell’organico (anzi, spariscono le compresenze), né servizi a supporto di bambini così piccoli, né ampliamento delle strutture per attrezzare, ad esempio, spazi adeguati per il riposo pomeridiano. La scelta, peraltro, è volontaria ed è significativo che solo il 29% dei genitori che ne avevano diritto abbia aderito a tale opportunità nell’anno scolastico 2003/2004. Inoltre l’anticipo è condizionato all’accordo con gli Enti Locali e alla disponibilità di posti. Si può immaginare, quindi, come sia una scelta “per modo di dire”. 2. nella scuola primaria si offre l’opportunità dell’insegnamento della lingua inglese e dell’ informatica dalla prima elementare. Per quanto riguarda la lingua inglese, questo si ottiene ridistribuendo le risorse già esistenti in modo didatticamente poco proficuo proprio allo studio della lingua (si passa da un obbligo di tre ore per terza, quarta e quinta ad uno di un’ora in prima e due ore nelle restanti classi; totale 9 in entrambi i casi = nessun incremento dell’organico). Comunque l’inglese nel primo ciclo era già da anni avviato in molte scuole del territorio grazie a progetti come Lingue 2000. Per quanto riguarda l’informatica sembra che il ministero non si renda conto dell’esiguità delle risorse: esistono scuole elementari con tre o quattro macchine, spesso obsolete; si pensa di far lavorare classi di 20/25 alunni con questa dotazione? 3. un altro specchietto per le allodole è la cosiddetta “personalizzazione” del piano di studi, da concordare con le famiglie e, nella scuola secondaria, anche con gli studenti. In realtà la riforma riduce fortemente il tempo scuola obbligatorio, mentre alza enormemente la soglia di obiettivi prescrittivi (vedremo questi due punti nel dettaglio in seguito), quindi la “libera scelta” di famiglie e studenti si potrà attuare solo per quanto riguarda le non ben definite attività laboratoriali, facoltative, da realizzare solo con le risorse esistenti e che dovranno necessariamente svolgersi in due o tre pomeriggi alla settimana, per un totale di 3 o 6 ore.
ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI Sulle questioni di metodo abbiamo già detto alcune cose. Non solo, però, non sono stati coinvolti gli operatori del settore nella definizione dei criteri generali; mancano totalmente un’analisi della situazione pregressa, una verifica dettagliata dei risultati raggiunti e una considerazione didattica e sociale di realtà quali il tempo pieno (diffuso nel 40% delle scuole elementari nazionali, seppur diversamente distribuito tra nord e sud). Per quanto riguarda la formazione degli insegnanti, poi, pare che gli unici piani suggeriti confidino nella potenzialità e nell’economicità dei metodi e-learning, mentre scompare dal dettato di legge qualsiasi riferimento alla ricerca e alla formazione nella scuola autonoma. Di fatto pare che la formazione avverrà, con un discutibile approccio di marketing, su documenti preconfezionati dal MIUR, in cui, ovviamente, non ci sarà traccia di criticità e dialogo. Per ora sono state avviate la formazione sull’informatica e quella sull’inglese, ma mancano indicazioni sulla formazione sulla riforma (siamo alla fine di marzo 2004!), per cui gli Istituti si organizzano come possono e in modo assolutamente volontario. Il
documento è infarcito di neologismi ad effetto (ologramma, ad esempio),
mentre non c’è alcuna chiarezza sul significato pedagogico
e sull’interrelazione di termini quali “programmi”,
“curricoli”, “competenze”, “personalizzazione”,
“individualizzazione”, “unità di apprendimento”,
“standard di apprendimento”, “standard di prestazione
del servizio”, termini i cui significati dovrebbero essere riconosciuti
e condivisi attraverso un confronto aperto con gli esperti e con le scuole.
Ovviamente tutto ciò fa riferimento a generici “esperti”,
senza un’esplicita indicazione delle fonti utilizzate e l’attribuzione
dei referenti scientifici ai vari documenti elaborati. Inoltre l’uso
improprio e confuso delle espressioni, ad una più attenta lettura,
trasforma di fatto le “indicazioni e raccomandazioni” disciplinari
in un corpus pesante ed altamente prescrittivo di obiettivi perlopiù
contenutistici (peraltro non applicabili, visto che non hanno seguito
l’iter previsto per l’approvazione dei nuovi programmi) La riforma introduce il portfolio delle competenze, nuovo strumento valutativo che dovrebbe raccogliere le produzioni più rappresentative dell’alunno, le valutazioni di insegnanti, genitori e degli stessi alunni, e che dovrebbe accompagnare lo studente il tutto il suo percorso formativo. L’idea in sé non è peregrina, anche se offre il fianco alla possibilità di diventare solo un inutile e burocratico aggravio di lavoro per i docenti ed un terreno di impropria “collusione” di responsabilità educative di genitori ed insegnanti, che devono invece restare distinte. Non è per niente chiaro, invece, quanto tempo dovrà essere dedicato alla sua stesura, come verranno finanziate le necessarie ore aggiuntive dei docenti (del docente “tutor”?) quale peso devono avere al suo interno le istanze provenienti dai diversi soggetti (peraltro, in fase di sperimentazione, ogni scuola ha prodotto un “suo” portfolio, non essendoci alcuna indicazione dal ministero). Per quanto riguarda il tempo scuola, il ministero non ha tenuto in alcuna considerazione il parere dei genitori (Annali dell’istruzione Stati generali, 2001, Le Monnier): solo il 18,6% delle famiglie si è espresso a favore della suddivisione dell’anno scolastico in 25 ore obbligatorie e 10 facoltative). Nella legge c’è di fatto una suddivisione tra tempo scuola obbligatorio, destinato alla trasmissione delle conoscenze tramite l’insegnamento frontale, e tempo facoltativo, da dedicare ad attività di laboratorio, cui assegnare un ruolo marginale e secondario, nonostante nella scuola questo impianto sia stato superato da almeno un ventennio. Una didattica laboratoriale, operativa e cooperativa, non può essere relegata solo ai momenti aggiuntivi del curricolo. Per quanto riguarda la scuola elementare, poi, il tempo obbligatorio viene affidato quasi totalmente all’insegnante “tutor”, con orario prevalente, che sarà di fatto l’unica figura educativa dell’alunno, visto che gli altri insegnanti entreranno nella classe solo per insegnamenti specifici (religione, inglese, laboratori), con un ritorno, di fatto, all’insegnante unico. E come verrà scelto? Su nomina del Dirigente, sentiti i criteri espressi dai Collegi dei Docenti. Come si può immaginare, si prefigura una suddivisione tra insegnanti “di serie A e di serie B”, con buona pace della collegialità e della necessità degli alunni di trovare, nella varietà dei docenti, una propria figura di riferimento “privilegiata”. Peraltro non è ancora chiaro come e con quali fondi questi insegnati “tutor” verranno incentivati, visto che nel fondo d’Istituto non esiste una voce al riguardo e visti gli esigui fondi a disposizione delle scuole.
Quando finalmente l’alunno termina il ciclo primario di istruzione, si trova costretto a scegliere tra i “licei” e gli istituti professionali, con modelli di precoce alternanza scuola - lavoro (comunque uno degli obiettivi della terza media è la “definizione e argomentazione di un proprio progetto di vita”, quindi devono sapere cosa faranno da grandi e perché!). A parte l’evidente incongruità di tale separazione precoce (visto anche che negli ultimi anni la scuola è andata esattamente nella direzione opposta, nella prospettiva di considerare il primo biennio della scuola superiore come unitario e conclusivo dell’obbligo), la cosa che desta perplessità è la mancanza di chiarezza nel rapporto tra stage lavorativi interni alla scuola e apprendistato (formula quest’ultima che prevede un contratto, una retribuzione ed una tutela sindacale). Il rischio è quello di trasformare l’alternanza in un “terzo canale” assai dequalificato rivolto alla fascia più debole della popolazione giovanile, senza nessun impegno formativo cogente per le aziende (a questo concorre anche il silenzio sulle fonti finanziarie utilizzabili allo scopo), con un’ulteriore precarizzazione dei rapporti di lavoro. Nel testo della legge compare un’importante novità: una quota del tempo scuola, ancora da precisare, viene riservata alla potestà di ogni Regione, per introdurre approfondimenti culturali legati ai diversi contesti locali. La proposta è assai rischiosa, sia per una possibile interpretazione localistica, sia per la genericità della formulazione (quale percentuale? chi decide? su quali opzioni? qual è il margine di accettazione o rifiuto delle varie proposte da parte del POF?). E che fine fa la quota percentuale riservata all’autonoma decisione delle scuole? Infine, una nota sui famosi decreti attuativi, senza i quali non c’è riforma. L’unico finora approvato, relativo alle scuole dall’infanzia alla primaria di primo grado, non chiarisce molti dei dubbi espressi dalle varie associazioni di insegnanti e genitori. Primo fra tutti il mantenimento del tempo pieno: così com’è previsto garantisce le 40 ore, ma svuotandole proprio di quello che le caratterizzava (due insegnanti per classe con tempi più distesi per l’apprendimento e l’organizzazione di attività laboratoriali e sperimentali). Cosa ancor più grave, non è affatto chiaro se la sorveglianza e l’attività nel periodo della refezione (due ore al giorno!) sarà ancora garantita dagli insegnanti a partire dall’anno scolastico 2005/2006. si ritiene forse che i Comuni, soprattutto quelli piccoli, saranno in grado di garantire questo servizio? E se no, lo pagheranno le famiglie? Nel decreto non c’è risposta a queste domande … solo rassicurazioni verbali del ministro e dei suoi portavoce nelle varie trasmissioni televisive.
Abbiamo
già detto della loro inapplicabilità, al momento, a causa
del percorso legislativo seguito, ma vale lo stesso la pena di riflettere
sui loro contenuti (non si sa mai che un domani diventino legge per davvero!) SCUOLA DELL’INFANZIA Per
questa scuola viene stravolto l’impianto orientativo e non prescrittivi
degli Orientamenti del 1991, dichiarando che quelli della riforma sono
“livelli essenziali di prestazione a cui tutte le scuole devono
conformarsi”, con il rischio di dare una dimensione valutativa anche
a questo grado dell’istruzione. Anche qui si fa riferimento ad un
docente “coordinatore” a cui i genitori devono far riferimento.
E l’altro? Già, l’altro verrà nominato non sulla
sezione degli alunni, ma secondo l’orario da coprire. In
merito agli obiettivi della scuola dell’infanzia, basti citarne
alcune perle: Rileviamo infine che non viene mai messo in luce il problema dei bambini stranieri, o la questione del dialetto o di una lingua minoritaria, come ignorata è l’educazione linguistica, come quella logico-matematica, che fa emergere una madornale sottovalutazione della dimensione cognitiva, ampiamente presente, invece, nei campi d’esperienza degli attuali Orientamenti. SCUOLA PRIMARIA La
minuziosa indicazione di contenuti apre la strada ad una precoce secondarizzazione
del curricolo, mentre si definisce il ruolo dell’insegnante “tutor”
non solo come coordinatore del team docente (di fatto scomparso), ma come
insegnante tuttologo, unico responsabile della classe e unica figura di
riferimento e modello per genitori ed alunni.
La
collegialità scompare del tutto, sia per quanto attiene alla programmazione
(impoverita in una mera trasposizione degli obiettivi specifici in obiettivi
formativi), sia per quanto riguarda la responsabilità dell’azione
educativa, anche qui con l’introduzione della figura del “tutor”
(l’insegnante di lettere?), che dovrà contrattare con le
altre parti le scelte da compiere per la stesura del piano personalizzato
di insegnamento – apprendimento. In
merito ai singoli obiettivi, valgono le considerazioni già fatte
a proposito della scuola primaria, con alcune aggiunte: Uno
spazio a sé merita il cosiddetto profilo educativo, culturale e
professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14
anni). Parlare di profilo professionale a conclusione della scuola di
base è inopportuno ed eccessivamente anticipatorio. Sostenere che
l’adolescente, a 14 anni, sia in grado di costruirsi un personale
progetto di vita sembra voler essere solo un pretesto per giustificare
la canalizzazione precoce dei percorsi formativi. Marzo 2004 |