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Forni Avoltri – Piazzale delle Scuole
Venerdì 3 giugno 2005 – ore 21.00

 

Forni Avoltri
2005

Le Olimpiadi
dei ragazzi della Secondaria

 

Il palcoscenico sta dentro un grande cerchio di sedie. Una superficie d’asfalto nero. Lo sfondo è la scuola secondaria: tra le sue due grandi colonne pendono lenzuola bianche.


Prologo
Il mare di scarpe

Lo spettacolo è iniziato ma sulla scena non c’è anima viva. Non c’è qualcuno, ma c’è qualcosa.
Scarpe.
Tante.
Contarle è impossibile, ma sono tante.
Sono quaranta.
Spaiate.
Sparpagliate.
Rosse.
Blu.
Nere.
Bianche.
Da ginnastica, tutte.
Da corsa.
Vecchie, nuove.
Consumate, più o meno.

Puzzano.
Sì, proprio puzzano.

Mancano i piedi, ma stanno per arrivare.

Parte una musica, quella di Vangelis che a tutti fa pensare alle Olimpiadi.
Entrano i 20 attori, i quaranta piedi. Non guardano le scarpe, nonostante ai piedi non indossino scarpe. Guardano il cielo, le sue nuvole che minacciano pioggia. Guardano il pubblico. Guardano e sembra che sognino. Indossano pantaloncini, magliette, canottierine. L’abbigliamento per una corsa. Ognuno ha anche un pettorale, un numero.
Si accorgono delle scarpe, qualcuno vi inciampa. Si accorgono che è quello che a loro manca: le scarpe.
Le scelgono, le provano, le misurano, le indossano.
I più rapidi nelle operazioni cominciano a saltare, ad effettuare manovre di riscaldamento. Si accorgono di avere i piedi, e ai piedi le ali.
Tutti raggiungono la linea bianca che attraversa il palcoscenico e lo divide in due.
Finisce la musica.
È un segnale.
Partono. Scompaiono dietro la scuola.

È una gara vera.
È la maratona.



(Le immagini di questa pagina si riferiscono alle varie fasi della competizione e sono state proiettate nel corso dello spettacolo sul grande muro della scuola.)

La mascotte: Mucciolo

Entra Giorgio. Indossa un costume da cane dalmata. Gli manca il cappuccio, però, e ha lo sguardo terribilmente triste. Entrano Raffaele e Corrado in tenuta atletica e consolano l’amico affranto per il suo destino da mascotte.
“Ciao MUCCIOLO!” – in coro.
“SSSSSHHHHH, zitti!!! Mi fa schifo quel nome! È un nome stupidissimo. E poi io non volevo fare la mascotte!!”
“Ma se sei perfetto…”
“No! E poi voi due avete imbrogliato, facendo sasso carta forbice…”
“Ma dai, Mucciolo, ma se i bambini ti adorano…”
“Appunto, sono io a non adorare loro!”
“Sei l’idolo della mia nipotina – dice Corrado – vuoi che te lo dimostri?”

Arriva trotterellando la nipotina (Noemi), che guarda Giorgio e osserva disgustata:
“Zio, chi è questo sfigato?”

Giorgio è ai limiti del pianto. I due amici lo costringono a completare la vestizione e lo avviano ai movimenti festosi da mascotte: saltelli, ciaociao con le zampe, grandi bracciate nell’aria.

Nel frattempo Corrado è diventato il primo di tre tedofori. Corre leggiadro a raggiungere il secondo, Raffaele, cui porge il testimone. Raffaele parte alla volta del braciere olimpico, lungo il suo tragitto incontra nuovamente Mucciolo e lo ridicolizza davanti al pubblico, affossandone definitivamente il morale:
“E ‘sto sfigato qua dove l’han preso?”

Riparte e raggiunge Noemi, ultima tedofora, in piedi sopra un tavolo. La fiaccola era in realtà un pugno di gessetti colorati (rosso, arancione, giallo e bianco) con cui la ragazza disegna un’accesissima fiamma su una pietra, la più grande e la più alta del muro che costeggia il cortile della scuola.



Inno olimpico
Il ballo dei 5 cerchi

Frattanto, le quattro ragazze di 3ª hanno guadagnato il centro del palcoscenico. Grè, Saby, Giù e Ale. Stretto nelle mani un cerchio colorato. Rosso, azzurro, giallo e verde. La danza che i loro corpi propongono al pubblico e delle cui coreografie le quattro sono autrici è un inno alla vita e alla pace. La musica è Senza origine, una canzone di Valentina Giovagnini.

Balla fino a che pace non c’è
Balla fino a che terra non è
Prendimi così stringimi a te
Gira intorno a me canta con me
Gira intorno a me canta con me
Balla fino a che pace non c’è

I quattro cerchi passano di mano in mano. Volano. Ruotano su se stessi. Rotolano. Piroettano.

Balla fino a che pace non c’è
Balla fino a che terra non è
Prendimi così stringimi a te
Gira intorno a me canta con me
Gira intorno a me canta con me
Balla fino a che pace non c’è

Un quinto cerchio, nero, già pendeva da un filo alle spalle delle ballerine. Ad altri quattro fili le ragazze fissano il cerchio rosso, il cerchio blu, il cerchio giallo e il cerchio verde. Il simbolo di ogni Olimpiade, l’emblema dei cinque continenti uniti in nome dello sport.


La scena è bruscamente interrotta dall’ingresso di Simone. I giochi devono iniziare. Non c’è tempo da perdere. Il ragazzo dispone sgarbatamente le quattro ballerine a formare un quadrato. Attonite lo osservano mentre le circonda con un nastro facendole diventare le colonne di un ring vivente.
La prima disciplina è la boxe. Lo annuncia anche la colonna sonora, quella che per tutti è “la canzone di Rocky”.



BOXE
Roba per maschi

Simone è un presentatore:

“Signore e signori, buonasera. Benvenuti sul ring di Forni Avoltri, dove sta per avere inizio un incontro straordinario. Lo sfidante, chiamato per la sua ferocia la Tigre di Ligosullo: MATTIAAAA”.

Entra Mattia, caricatissimo. Saltella. Coperto da un accappatoio (sulla schiena c’è scritto “TIGER”) , i guantoni neri coprono pugni pesanti.

“È il momento del campione in carica: “TOMMASOOOO!”

Entra Tommaso, agile e scattante, guantoni bianchi, il sorriso inconfondibile. Scavalca le corde, gioca di gambe. Solleva le braccia al cielo mostrando a tutti la cintura di campione. Ma una cintura è nata per fare la cintura, così mentre la ostenta i pantaloncini gli cadono e rimane in mutande.

Simone è anche un arbitro.

Ricorda agli sfidanti le elementari norme di comportamento. Niente colpi sotto la cintura e cose così.

Gong.

È boxe vera. Gli atleti prima si studiano, poi affondano i primi colpi. Saggiano la consistenza dell’avversario. Ad un tratto si avvinghiano l’un l’altro ed hanno inizio strane effusioni (!!!!!) che l’arbitro si affretta a censurare. Non prima di aver cinto in un abbraccio piuttosto malizioso la Tigre di Ligosullo, davanti all’espressione gelosa del campione Tommaso.

Gong
(I pugili si accomodano all’angolo. “Angolo” sono di volta in volta le quattro ragazze che offrono massaggi, acqua ristoratrice e cure affettuose)

Il secondo round è il più acceso. La tigre affonda colpi pesanti, il campione sfrutta i suoi agili movimenti per sottrarsi e sgattaiolare via. Eccolo schivare un destro furibondo che finisce la sua corsa in faccia a Simone, l’arbitro, che stramazza. Senza il garante del regolamento l’incontro procede sui binari della trasgressione: calci volanti, testate, botte da orbi.

Gong

L’arbitro si è ripreso. È visibilmente stordito, ma c’è. Il terzo round vede i pugili sottrarsi allo scontro con sottili tattiche psicologiche. Piccole provocazioni, anche dialettiche.
Comincia il campione:
“Ehi, femminuccia, cosa aspetti a colpirmi?”

Ribatte la tigre, per nulla intimorita:
“E tu, perché scappi? Non sarà mica uno di quei giorni?”

Il tipo di provocazione è fin troppo evidente, ma Mattia insiste.
“…scommetto che hai un gran mal di testa, forti sbalzi di umore…”

Tra le ragazze del ring serpeggia un forte senso di fastidio.

Continua Tommaso, sempre in chiave maschilista:
“Non ti si sarà mica incastrato il perizoma?” (mima…)

Le ragazze sono a dir poco furibonde.

La goccia che fa traboccare il vaso è nelle parole di Simone:
“E allora, basta con questo comportamento da donnette!!!”.

Grè, Saby, Giù e Ale esplodono. Con il nastro che fungeva da corde per il ring immobilizzano i pugili e l’arbitro, ponendo fine all’incontro. O vincendolo: punti di vista…



110 ostacoli: è dura la vita

I protagonisti sono i nove ragazzi di seconda. Entrano in scena e si dispongono sulla linea da cui è partita la maratona, ma guardano in direzione opposta. Anche qui si tratta di correre, ma ora serve potenza esplosiva ed elasticità.
Sparo.
Partiti.
Arrivano gli ostacoli, ma non tutti insieme.
Ad ognuno il suo, sono gli ostacoli della vita. Raccontati da un nastro registrato con le voci dei ragazzi. Che intanto mimano. E saltano…

Gianluca:
“Per la strada ho pestato un enorme escremento…”
Federico:
“Ieri davanti al direttore ho mollato una puzza gigantesca…”
Eleonora:
“Ho le chiappe invase dalla cellulite…”
Giuseppe:
“Ieri sono andato dal dentista e mi ha tolto 5 canini…ahhhhh”
Angelina:
“Mi è venuta una tosse infernale…(tossisce)”
Alessandro:
“Per la strada una zanzara mi ha punto sulla pupilla…uaaaa…”
Maria:
“Ho l’unghia del piede incarnita e me l’hanno anche pestata…”
Alessio:
“Oggi a scuola ho vomitato sul banco…”
Lorenzo:
“Ieri a scuola ho preso gravemente insufficiente - - - - - - - - +”

 



Gianluca:
“Per la stessa strada ho pestato lo stesso enorme escremento…”
Federico:
“Davanti al direttore che mi aveva perdonato la puzza mi si sono slacciati i pantaloni… ”
Eleonora:
“Mi è partita la carrozzina con il figlio della mia amica Maria dentro… Luigi…!!!”
Giuseppe:
“Mio figlio Mike mi ha rubato la macchina e ha investito una vecchietta. Mike…”
Angelina:
“Stavo correndo per la città e ho sbattuto la testa contro un palo…”
Alessandro:
“Tornando dal lavoro un piccione ha fatto i suoi bisogni sulla mia testa…grrrr…”
Maria:
“Stavo buttando via la spazzatura e ci sono caduta dentro…”
Alessio:
“Il mio capo mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto: non mi servi più! Perché?????”
Lorenzo:
“Stavo tagliando la legna nel bosco e mio suocero mi ha tagliato la testa…ahhhhhhh…”


Sprint finale. Colpo di reni. Stop.
Si ferma il sottofondo musicale (era Sultans of swing dei Dire Straits).
Stremati gli attori si siedono per terra, o sulle ginocchia di qualcuno del pubblico.
“E adesso?” – chiede Eleonora.
“E adesso andiamo tutti a fare la spesa” – risponde Lorenzo, anticipando la scena successiva.



Badando a spese
Le Olimpiadi quotidiane
tra gli scaffali di un supermercato

I ragazzi di terza han preparato la scena. Il palcocerchio è stato riempito di tavoli, a loro volta colmati di oggetti. Bottiglie di plastica: aranciata, acqua minerale. Detersivi per i piatti, candeggina. Scatole e scatolette. Barattoli. Giocattoli. Cianfrusaglie. Di tutto. Come un vero supermercato. C’è pure la cassa.

E c’è Sabina.
Il negozio è ancora chiuso, lei lo sistema. Indossa il suo camice azzurro. Spolvera, mette ordine.

In fondo alla scena c’è una porta, con un vetro. O meglio: non c’è, ma siamo a teatro e l’arrivo dei primi impazienti clienti dice che quello è l’ingresso. E che è chiuso. Sono in sei: Greta, Simone, Mattia, Giulia, Alessandra e Tommy. Controllano l’orologio, cercano la posizione migliore per partire in pole position. Sgomitano, si spingono. Ma è ancora presto.
Saby si avvicina, cerca la chiave per aprire. Non la trova. I clienti fremono, schiumano. La commessa si ferma, il vetro è macchiato. Ci alita sopra (in faccia ai clienti, in pratica…) e pulisce con la manica del camice.

Ecco la chiave. La maniglia gira.
Entrano tutti.
Saby è quasi travolta.
Tommy ha la peggio. Rimane a terra. Si tiene il ginocchio, fratturato.
Comincia – frenetica – la spesa.
Dalle tasche vengono estratte borse di plastica che piano piano si riempiono.

Davanti al settore delle bibite Simone e Giulia si contendono una bottiglia blu. È mia. No, l’ho vista prima io.
Risolvono la questione con una disciplina olimpica. Brandiscono due bottiglie da un litro e mezzo e cominciano a tirare di scherma. Saby si improvvisa arbitro: “en guarde”…
Colpi schivati, colpi respinti, stoccate a segno.
Vince Simone, ma mentre alza le braccia trionfante viene colpito da Giulia con una bottigliata in testa. Stramazza a terra.
La ragazza è la padrona delle bottiglie.
Arrivano all’improvviso le sue due figliolette (Grè e Ale):

“Mamma, mamma, anche noi, anche noi…”

Inforcano le bottiglie di plastica e comincia una sfida senza regole, senza direzione, senza esclusione di colpi. Volano bottiglie e barattoli, tutto cade, tutto precipita. Saby si dispera e insegue le due bimbe. “Ferme!!!! Basta!!!!” Mamma Giulia fa altrettanto, ma sembra più preoccupata di dare consigli tecnici alle due principianti: “Più dritta la testa, più elastico il braccio…”

Uscite di scena le due pesti è la volta di un'altra disciplina.

Mattia e Tommy si avvicinano al bancone dei giocattoli.
Imbracciano due potenti LIQUIDATOR (fucili ad acqua).
Gli sguardi dei due prima abbracciano la rispettiva arma, poi – inevitabilmente – s’incontrano. Si sfidano.
Ancora una volta presa in mezzo, Sabina si improvvisa giudice. Di una sfida di tiro al piattello.
I piattelli li tirano (anche molto lontano…) Greta e Giulia.
Spara Tommy.
“Mancato!!”
Spara Mattia.
“Centrato!!”
Spara Tommy.
“Mancato!! Ahi, ahi, ahi!!”
Spara Mattia.
“Centrato!! Complimenti!!”
Spara Tommy.
“Mancato!!”
Spara Mattia.
“Centrato!!”
Prosegue la gag, con Tommy a cui vanno tutte storte. E si arrabbia, e sbuffa, e recrimina. Con Mattia che non sbaglia un colpo.

Poi.
Entra Alessandra, con noncuranza.
Passeggia. Si sfila una giacca rosa, come una modella.
Gli occhi dei tiratori s’illuminano, Ale non capisce.
I due sembrano attratti, quasi famelici.
Ale è preoccupata, ma continua a non capire.
Poi guarda la maglietta che indossa e realizza…
Che il disegno sulla sua schiena rappresenta tre cerchi. Uno dentro l’altro. Praticamente un bersaglio.
Scappa, inseguita.

Dalla confusione riemergono Greta e Alessandra che si dirigono verso la cassa nascoste entrambe da voluminossime borse di plastica stracolme di prodotti. Le accoglie un’esausta Saby.
Le due si scrutano vicendevolmente, finché Greta:
“Ma tu… ma noi, ci conosciamo?”
E Ale, imbarazzata:
“…non so, può darsi…”
Insiste Grè:
“Ma non sarai mica Giulia, di Forni Avoltri?”
“Nooo…”
“Allora, allora sei… Sabina!?”
“No, quella era così antipatica, davvero insopportabile!”
“Allora, allora non puoi essere che Alessandra!”
“Sì, sono proprio io! E tu devi essere Greta!”
“Ma dai, Alessandra…quanti ricordi…la Terza C, le medie…”
“Che bello riincontrarti…”

Visibilmente commosse, Greta e Ale si abbracciano.
O meglio, tentano un abbraccio, ostacolate dall’ingombro delle borse, delle rispettive spese. Riprovano. È uno scontro di bottiglie, detersivi, barattoli.
Riprovano. Di nuovo. Ancora. (Intanto escono).

Rimasta sola in scena, Saby.
Rivolta al pubblico, torna sulle parole di Ale, qualche battuta fa.
“Ma quella Sabina… a me non sembrava poi così antipatica…”

Se ne va.



Sollevamento pesi

Al centro della scena, un bilanciere.

Arriva Raffaele, caricatissimo, pompatissimo.
Afferra lo strumento e lo solleva con sforzo sovrumano.
Rimane immobile in una posa plastica.
Qualcosa, però, è in agguato.
Qualcosa che punge e pizzica. Qualcosa dalle parti del naso: uno starnuto.
L’atleta barcolla ma non si scoraggia, passa il pesante oggetto ad uno spettatore della prima fila, fa ETCCCIÙ, rintraccia un fazzoletto, si soffia il naso, ringrazia l’improvvisato aiutante e si riprende il peso. Lo riappoggia ed esulta soddisfatto.

Entra Giorgio. Come Raffa è teso e concentrato. Afferra il bilanciere. Dopo uno sforzo immane lo solleva. È sopra la sua testa. Qualcosa sembra turbare anche il suo gesto. È un telefonino che sta vibrando nella tasca dei pantaloncini. Mentre regge il peso con una mano sola lo sportivo risponde:
“…ciao, sei tu… ti ho detto di non chiamarmi mentre sto gareggiando… no, adesso non ti arrabbiare, …no, non sei un peso per me… no, solo che c’è gente, è imbarazzante… sì, anch’io ti voglio bene, sì… sì, ti richiamo dopo… sì, dai, se no ti lamenti che le bollette son pesanti… metti giù, sì… no, dai… metti giù tu, dai, su… sì, anch’io, bacinobacino, sì, no, metti giù tu…”. Appoggia il bilanciere e se ne va.

Entra Corrado, atleticissimo.
In pochi istanti, non senza sforzo, il bilanciere è sollevato.
Arriva inaspettato un addetto all consegna di pizze a domicilio (Raffaele).
“Ecco la sua pizza con le verdure, Signore…”
Risponde Corrado:
“Senza peperoni, mi raccomando, ché mi son pesanti…”
“Certo certo”
Avviene la transazione economica, tra le mani i due si passano pizza, euro e il pesantissimo attrezzo.
Corrado se ne va soddisfatto e nell’aria sembra di sentire odore d’origano.

Entra Noemi, dal fisico non si direbbe una pesista, ma anche lei solleva il bilanciere. Grintosa, potente.
Anche per lei c’è un intoppo.
Una sensazione. Un evidente fastidio. Una necessità. Ebbenesì: corporale. Le scappa la pipì, è evidente. La ragazza fa un fischio e sulla scena, armati di un lenzuolo, fanno il loro ingresso Giorgio e Raffaele. Coprono la coetanea, di cui si vedono solo le braccia che continuano a reggere il bilanciere. Si sente, però, pure un sospiro soddisfatto, liberatorio.
Fatto, i due assistenti asciugano il pavimento con il lenzuolo e per Noemi il meritato applauso.

Entra Raffaele. Davanti a lui: lo stesso peso. Lo afferra. Spinge. Non si muove di un millimetro. Riprova: inutile. Anzi: un crac nella schiena. Un fischio e arriva Corrado. Ci prova pure lui, con supponenza. Inutile, pesante come una montagna. Provano in due, macché. Arriva anche Giorgio. Le mani sull’asta del bilanciere diventano 6. Niente da fare.
All’improvviso, arriva una donna delle pulizie (Noemi). Grembiule e scopa. Sta facendo il suo lavoro. Sotto gli occhi increduli dei tre solleva il peso (con una mano!!!) e spazza via la polvere sottostante.
I tre, la rincorrono, vogliono capire.
La pregano di risollevare l’attrezzo.
Lei esegue, con disinvoltura.
Ma non è una sollevatrice di pesi.
Lei nel tempo libero è una majorette, e come una majorette fa roteare nell’aria il bilanciere e se ne va, seguita dai tre: Giorgio, Raffaele e Corrado.


Palla prigioniera

Nell’aria un cinguettio di uccelli. Il palcoscenico è una palude o qualcosa del genere. Si vede anche da come si muovono i primi attori sulla scena. Sono dei soldati, sono otto. Americani. Con fucili americani. Con nomi americani: Tom, Bubba, Under-T, Johnny, Jenny ecc. Sono Eleonora, Lorenzo, Alessio, Gianluca, Giuseppe, Alessandro, Angelina e Federico. Avanzano con circospezione, controllano in ogni angolo.
Spesso, mentre camminano all’indietro capita loro di scontrarsi, e allora sono scintille e parole da soldato. Da soldato americano.
“Fuck!!! Fuck you!!! Fucking boy!!!”
C’è da capire che sono giovani, che sono in guerra e che non è una faccenda da signorine.
Il capo è Alessio, che ad un tratto indica l’orizzonte:
“Guys, look!! Over there!!”
Ha scrutato qualcosa laggiù, comincia tra i militi la girandola delle ipotesi. In perfetto inglese:
“It’s an airplane!”
“It’s an elicopter”
“It’s a cup of tea…”
“It’s an orange juice”
“It’s a banana”
“It’s …”

Nel frattempo, il soldato Federico, sfruttando la momentanea disattenzione dei colleghi della truppa, si è allontanato per fare un bisognino. Proprio mentre lo sta espletando vede spuntare dalla vegetazione una ragazzina che saltella.
“A girl, a girl!” – urla ai compagni che accorrono.
La ragazzina (Maria, con un completino tirolese) saltella fresca e giuliva, noncurante degli otto fucili puntati e delle urla dei soldati.
Saltella e saltella. Sulle spalle indossa uno zainetto.
Dopo averla rincorsa per tutto il palcocerchio, i militi la bloccano e la fanno sedere a terra. Eleonora e Lorenzo la puntano con i loro fucili. Il tenente Alessio è categorico nel qualificare lo stato di ostaggio della giovane.
“Girl, you are a prisoner”
La ragazza è altrettanto esplicita nella risposta:
“…eeeeeehhhh??????”
La replica scocciata:
“Girl, you are a prisoner!!!!”
“Cooosa???”
“Girl, you are a prisoner!!!!”

Niente da fare, proprio non capisce.
Si avvicina il soldato Giuseppe, che scandisce la medesima frase ma con un’inflessione perfetta, molto più comprensibile, molto più british.
“You are a prisoner.”

Alessio, infuriato zittisce l’intromissione del subalterno:
“Fuck you, SAPIÈNTON!!!”
Poi, rivolto al fedele soldato Angelina:
“Dictionary!”
La ragazza gli porge la sua arma, armeggia nella tasca ed estrae un vocabolario. Lo sfoglia e sentenzia:
“Prisoner… = PRIGIONIERA”.
Maria:
“…aaahhh, PRIGIONIERA”
La ragazza fruga nello zaino ed estrae un oggetto di forma sferica. Gli americani, sempre in guardia, si allontanano terrorizzati.
“…a bomb, a bomb!!!” – urlano.
Ad Angelina cade il fucile, Under-T (Alessandro) si i butta a terra e si copre la testa con le braccia. L’arguto soldato Gianluca scopre la vera natura della sfera e tranquillizza i commilitoni:
“…but…It’s a ball. It’s only a ball.”
Under-T, consapevole della figuraccia, sia avvicina alla sfera e con l’aria di chi ha capito subito tutto:
“It’s a ball, certainly, I’m not stupid. Under-T, please to meet you.”

Ma per Maria non c’è tempo da perdere. Hanno detto prigioniera e prigioniera dev’essere. Disarma i soldati e li dispone in due squadre. Dà inizio ad una partita a PALLA PRIGIONIERA. Gli americani, perplessi a dir poco, iniziano a giocare.
Ad un tratto il soldato Lorenzo minacciando di colpire Under-T lo apostrofa a modo suo:
“FUCK YOU!!!”

Maria ha sentito tutto e come una brava maestrina richiede scuse ufficiali:
“Non si dicono queste parole, chiedigli scusa!!!”
“No!”
“Chiedigli scusa.”
“No.”
“Muoviti, chiedigli scusa.”
“…excuse me…” detto pianissimo.
“Più forte!”
“…excuse me…”
“Più forte!”
“…excuse me…”
“Più forte!”
“FUCK YOU!!!!!!!!!!!”

Niente da fare, il sodato Lorenzo è fatto così. Scaglia la palla contro Under-T e il gioco ricomincia.
Ad un tratto Maria fruga nuovamente nello zaino ed estrae un nastro che fa diventare una rete per la pallavolo. Federico e Alessandro la reggono facendo i pali. Ecco un nuovo sport dentro queste folli Olimpiadi.
Gli otto militi giocano, alzano schiacciano respingono murano.
Finché.
Finché non si ferma la musica di sottofondo (una canzone di Madonna). Gianluca rimane immobile con il pallone tra le mani. Sente qualcosa. Lo avvicina all’orecchio. La sua espressione cambia. È di nuovo terrore. “A BOMB!!! A BOMB!!!”. La bomba passa di mano in mano mentre uno alla volta gli americani si dileguano e spariscono dietro le quinte.
Rimane in scena la sola Maria.
La palla tra le mani.
La sua palla.
L’ultimo ritrovato della tecnologia più moderna.
La avvicina all’orecchio.
Risponde.
“…ah, ciao mamma, sei tu… Sì, lo so, in effetti sono un po’ in ritardo…ma vedi, ho incontrato 8 ragazzi e abbiamo giocato un po’… credo fossero stranieri… americani, mi pare… certo, dicevano molte parolacce, ma in fondo erano davvero simpatici…”

Se ne va, leggera com’era arrivata.


Cento metri
La Cenerentola di Kabul

Sull’asfalto quattro blocchi di partenza.
Sull’asfalto righe bianche tracciate col gesso bianco. Quattro corsie.
Nell’aria una musica (di Ludovico Einaudi) dolce, soffice, lenta.

Entrano 4 centometriste.
Greta.
Alessandra.
Giulia.
Sabina.
Le prime tre vengono dal mondo ricco, l’ultima no.
Ma a raccontare questa storia (a cui partecipano, in qualità di giudici di gara, anche Simone, Mattia e Tommaso) sono le parole di Emanuela Audisio, scrittrice di sport (“La Repubblica”), lette da una voce fuori campo.

«A volte lo sport ti fa correre, saltare i secoli, entrare in un film che non hai mai visto. A volte capita: viaggi alla velocità della luce, dal Medioevo all’Illuminismo. Da Kabul a Parigi. E lei stava lì, ferma. Vicina ai blocchi dei cento metri, dei Mondiali di atletica. Le altre esibivano tute spaziali, sguardi aggressivi, glutei d’acciaio. Lei invece: una tartarughina impacciata, che non sapeva dove mettere piedi e mani. Aveva addosso i pantaloni della tuta, di quelli vecchi, un po’ lanuginosi. Con una maglia blu enorme. Senza sponsor, senza scritte. L’unica a essere coperta, a non mostrare le gambe, a chinare gli occhi. Un fagottino impaurito. Simbolo del futuro, della donna musulmana che si mette a correre. Ma anche del passato, di quello che fa la guerra quando ti lascia vivo, ma privo di mezzi, di cultura, d’informazione.
Era una batteria importante la sua: con atlete americane, inglesi e di altri paesi ricchi, veloci e famose. Ma Lima Azimi non poteva saperlo. Per lei, in corsia numero 4, era la prima volta. Non le era mai capitato in 22 anni di stare a braccia e testa scoperte. In Afghanistan, se sei donna, non usa. Anche se le cose sono cambiate. Ma solo un po’. Le femmine a casa, in cucina, a servire. Padre, mariti, fratelli. Come sempre. Ragazze di vent’anni da picchiare, di cui abusare, da vendere come mogli. Ragazze che per ribellarsi hanno un solo modo: togliere il disturbo. Andarsene per sempre dalla terra. Ragazze che si ammazzano, in cucina. Che si danno fuoco, con quello che hanno: cherosene. Stasera morte, niente cena.
Lima non sapeva come ci si mette nei blocchi, non li aveva mai visti. Perché? Perché lei gioca a pallavolo. E nemmeno uno stadio così pieno aveva visto.
Ma la corsa non poteva partire, se lei non si sistemava sui blocchi. Allora prima si è mosso un giudice: “Cara, devi allargare le mani e metterle qui e dovresti anche toglierti i pantaloni”. Ma niente da fare, lei insisteva nel non capire. Allora si è mosso un altro giudice: “Cara, i piedi vanno qui, dài che ce la fai”. E lei che sprofondava per la vergogna, che non sapeva più dove guardare. Figurarsi come ti senti, se non hai mai corso i cento metri, se ti hanno comprato le scarpe adatte la sera prima, se hai tutti gli occhi del mondo addosso.
“Chi è quell’imbranata?” chiedevano intanto le altre.
Quelle che sanno mettere in fretta mani, piedi e magari anche aghi nel posto giusto, quelle che anche alle dieci di sera corrono con gli occhiali da sole per far piacere allo sponsor, quelle che si fanno i capelli colorati strani per piacere allo spettatore, che non vivono al villaggio olimpico perché nelle stanze non c’è la Tv e l’aria condizionata, che si tatuano la natica per avere un’inquadratura in più.
Sarebbe stato bello se una di loro avesse mosso il suo sedere per andare a dare un aiuto a una ragazza musulmana che viene dall’Afghanistan. A questa Cenerentola che è inorridita quando ha saputo che le sue nuove scarpe da corsa costavano 60 euro, più di quanto guadagna suo padre in un mese. E invece c’hanno dovuto pensare i giudici, le altre erano troppo concentrate su se stesse, sull’occasione da non perdere, sui contratti da firmare. Non ci poteva essere tempo per spiegare a Lima, che ha le unghie della mano sinistra colorate d’argento, “perché la religione dice che la destra dev’essere pulita”, come si scatta ai blocchi
. »


Mattia dà lo start.
Scattano. Lima (Saby) un po’ meno.
Non corrono.
Scrivono. Per terra. Disegnano.
Le quattro ora nelle mani stringono gessetti colorati.
Tracciano lettere variopinte sull’asfalto nero.

Parole veloci.
Greta: “SOLDI”
Alessandra: “GLORIA”
Giulia: “SUCCESSO”

Parole lente.
Sabina: “LIBERTÀ”

La più veloce è Giulia. Dal pubblico le lanciano la bandiera del suo paese grande e civile, la Gran Bretagna.
Seconda e terza, Greta e Ale festeggiano con la vincitrice e percorrono un giro d’onore tra gli applausi degli spettatori.

Lima (Saby) lavora lentamente, si prende il tempo per aggiungere tre puntini di sospensione alla sua parola. Una parola sospesa. Quando ha finito sulla scena è rimasta sola. Non sembra triste, guarda l’orizzonte mentre un po’ di vento corre tra i suoi capelli.

Si conclude il racconto di Emanuela Audisio.

«Così le altre sono partite a razzo e lei trotterellando, con quella vecchia tuta che sapeva di baule e di film in bianco e nero. Nessuna delle concorrenti naturalmente si è fermata sul traguardo ad aspettarla. Magari per un piccolo applauso d’incoraggiamento: addio, ragazza di Kabul, ma noi speriamo sia arrivederci. A presto, Cenerentola afghana

Si conclude anche la musica che ha fatto da sottofondo a quest’ultima parte della scena: Una poesia anche per te di Elisa.



Finale
Maratona

Stanno arrivando. Come chi?
I maratoneti. I 20 atleti che hanno aperto lo spettacolo e le Olimpiadi. Quelli nel mare di scarpe. Li si aspetta là dove tutto era cominciato.
Il primo ad arrivare è Alessandro.
Affaticato, prosciugato dalla fatica.
Si ferma, appoggia le mani sulle ginocchia.
Non fa quello che tutti si aspetterebbero.
Non taglia il traguardo.
No.
Guarda il secondo classificato che sopraggiunge, lo aspetta.
Insieme aspettano il terzo.
E così via, il quarto, il quinto e il sesto.
Arrivano tutti, a piccoli gruppi.
Tommy arriva in groppa a Mattia.
Sono in venti, schierati sulla linea del traguardo.
Si danno la mano e vincono.
Vincono tutti.



Arrivederci a Pechino, nel 2008


 

Forni Avoltri 2005

Uno spettacolo teatrale

SCRITTO
e
INTERPRETATO
da
Giorgio
Raffaele
Corrado
Noemi
Eleonora
Lorenzo
Alessio
Gianluca
Giuseppe
Alessandro
Angelina
Maria
Federico
Greta
Sabina
Simone
Mattia
Giulia
Alessandra
Tommaso

sostenuto
dall’I.C. di Comeglians e dal Comune di F.A.

con la
COLONNA
SONORA

di
Vangelis, Valentina Giovagnini, Dire Straits, Sting,
D. Maclean, Madonna, Ludovico Einaudi, Elisa,

con le voci
di
Rosalba, Alessia, Ines

con le parole
di
Emanuela Audisio

ILLUMINATO A GIORNO
da
Mauro

attrezzato
da
Ines, Toni e Ivan, Albergo “Al Sole”

INCORAGGIATO
dagli insegnanti della scuola secondaria

FILMATO
da
Anna

ATTESO CON ANSIA
da tante persone speciali

DEDICATO
a
tutti
i
poveri
vincitori
che
non
sanno
quel
che
si
perdono

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