Forni Avoltri - palestra della Scuola Primaria
22 dicembre 2004 - ore 20.45

Sessant’anni F.A.
(storia di un’invasione)

Dramma storico in quattro quadri

con

Greta Del Fabbro
Sabina Fiorenza
Simone Larese
Mattia Magi
Giulia Silverio
Alessandra Tach
Tommaso Vidale

Primo quadro
Preludio: il ballo della memoria

Entrano Mattia e Tommaso, nei panni di Mattia e Tommaso. Hanno l’aria annoiata e raggiungono la panca che si trova proprio davanti alla prima fila di sedie. Davanti al pubblico. Si siedono dandogli le spalle. Sfogliano due rosee copie della “Gazzetta dello sport”. Nel silenzio solo il frusciare delle pagine.

Entrano Greta, Sabina, Giulia e Alessandra. Nei panni di loro stesse. Le ragazze di terza, insomma. Giulia porta con sé una radio. Schiaccia PLAY e parte una musica che le fa ballare. Musica disco. Esplicitamente invitano Mattia e Tommaso ad unirsi a loro.


I due rimangono indifferenti, con gli occhi immersi in chissà quale racconto di gesta sportive, in chissà quale Fantacalcio.
Le ragazze non demordono, sculettano, si improvvisano cubiste. Niente da fare. La misura è colma. Con rabbia strappano i giornali dalle mani dei malcapitati, che un po’ impauriti (ma solo un po’…) si buttano nella mischia.
Non è finita. Entra Simone, che interpreta Simone e regge un libro di grandi dimensioni. Si fa strada tra i ballerini e le ballerine indicando il volume, accennando parole che ovviamente non si sentono. In quel libro si nasconde qualcosa di prezioso, ma nessuno dimostra di interessarsene.
Anche a Simone è necessario un gesto estremo.
Raggiunge la radio.
Preme STOP.
Si fermano tutti.
Anzi no.
Tommaso continua a ballare anche senza la musica.
Simone lo blocca e lo fa sedere per terra.
Si forma un cerchio. Al centro c’è il libro.

Simone lo apre e…

Buio.


Secondo quadro
Occupazione

Scatta l’ora dell’occupazione. Sette attori con sette maschere sono sette cosacchi. Sette volti gelidi con baffoni e colbacchi. Minacciosi, misteriosi. Si avvicinano alla “platea”. La occupano con movenze da rettili, con viscidi scatti.

Fanno alzare il pubblico dalle sedie, prendendone possesso. È davvero evidente l’imbarazzo e il disagio di chi nello spettacolo pensava di avere un ruolo passivo, da spettatore, e invece si ritrova in piedi sotto gli occhi di tutti.


L’incedere dei sette attori è selvaggio e screanzato. Viola lo spazio altrui, lo riempie.
A un cenno di un cosacco, evidentemente un capo, la “truppa” si ritira, non prima che due suoi sbandati componenti si lascino andare a qualche razzia: una sciarpa, una borsetta.


Terzo quadro
Vita amara,
parole cantate,
parole proibite


La scena è ambientata in un interno. Un interno del 1944. Può essere un tardo autunno, lo fanno pensare le foglie secche sparse sul pavimento. Fuori. Può essere anche un inverno, chissà. Magari è proprio un Natale, quello del ‘44.

Ci sono: Greta, bambina piccola, 7-8 anni, occhi vispi, curiosità e coraggio. Mattia, bambino piccolo, 4-5 anni, ingenuità e dolce inconsapevolezza. Alessandra, ragazza, classe 1928, sedici anni inquieti e ribelli. Tommaso, padre, padrone del fuoco, delle pentole e della sopravvivenza alimentare.
Giulia, moglie e madre, tessitrice di favole e spiegazioni.
Sabina, zia di Greta Mattia e Ale, compagna di un partigiano partito per le montagne, padre del bambino che porta in grembo.
Simone, padre di Tommaso, nonno saggio e indulgente.

Greta e Mattia giocano. La bambina si alza e rivolta al padre:
Papi, io ho fame…”
Ancora un po’, Greta, ancora un po’ di pazienza…”
Mattia non si perde in chiacchiere e - complice il nonno che segnala il via libera – ruba il paiolo appoggiato sul tavolo e corre con la sorellina a mangiare avidamente le croste di polenta che contiene.
In un angolo, Sabina trattiene a fatica il pianto coprendosi il volto con le mani. Il dolore e la disperazione della zia non sfuggono a Greta, che raggiunge la madre e chiede:
Mamma, che cos’ha la zia?”
Niente, avrà la luna storta…”

 

Alessandra, troppo cresciuta per accontentarsi di una spiegazione così evasiva, chiede a sua volta alla madre:“ Ma secondo te tornerà lo zio?”“…mah, speriamo, sai com’è la guerra…” La voce di nonno Simone rompe nuovamente il silenzio, stavolta per comunicare una buona notizia:

Venite a mangiare, è pronto…”
Gli fa eco papà Tommaso, dai fornelli:
Muovetevi!”
L’intero nucleo familiare si avvicina al grande tavolo e finisce di apparecchiarlo per la cena. Alessandra riceve da Tommaso un sostanzioso fagotto contenente alimenti da portare ai cosacchi. La cena dei carnici, invece, è costituita da una semplice minestra consumata in un silenzio irreale, rotto soltanto dai cucchiai a contatto con i piatti. Il cibo è poco, il rito è breve. Sul tavolo piatti vuoti, attorno al tavolo persone apparentemente svuotate.
All’improvviso papà Tommaso accenna un canto che presto coinvolge gli altri commensali. Riecco dei sorrisi. Timidi, ma capaci di crescere insieme alle voci. Il canto corale è dignità e coraggio, la vita che va avanti nonostante tutto.

Tra las cretos di Culino
e las monts di Rigulât,
i ai vedût la me ninino
cul rastiel a dortolâ.

Velu la velu lavio
velu la cal ven cumo
a l’a la pipo in te sacheto
cencio un fregul di tabac.

Biel a le di maridasi
e di cjoli cui cu plâs
e di dì si fas barufo
e in tal liet si fâs la pâs.

I fantaz di chesto vilo
i an uno pipo in siet di lôr
i se presto l’un cun l’ati
quant chi van a fa l’amôr (a bevi atôr)…

Le donne sparecchiano, piegano la tovaglia. Per gli uomini un ultimo bicchiere. Si spegne la candela. Un altro giorno è andato.

La scena non è finita. Dalla casa esce furtivamente Alessandra, violando il coprifuoco e la prudenza. All’improvviso si accorge di non essere sola. La piccola Greta l’ha seguita.Inutili risultano i tentativi di convincerla a rincasare. Le due sorelle si avventurano nella notte in direzione di una casa disabitata.

Alessandra inizia a tracciare dei segni su una parete bianca. Sotto uno scialle nasconde della vernice rossa e un piccolo pennello. Sa cosa deve scrivere, la giovane. Gli occhi di Greta la osservano ammirati, ma la piccolina guarda anche l’orizzonte, in posizione di sentinella.
All’improvviso un rumore, dei passi tra le foglie.
Sono due cosacchi, una ronda notturna.
Greta fa appena in tempo ad avvertire Ale, quindi si nasconde alle sue spalle. La sedicenne non si scoraggia e regge il gelido sguardo degli occupanti. Anticipa e previene quindi l’eventuale perlustrazione del luogo tracciando sul muro più vicino ai due uomini, con la stessa vernice rossa, un innocuo inno alla sua coscrizione: “W ’28”.
I due cosacchi (dietro le maschere: Mattia e Simone) si consultano con uno sguardo, danno un buffetto a Greta e si allontanano. Il pericolo è scampato.

Tutti gli attori rientrano e liberano lo spazio per il finale. Al pubblico sembra un semplice cambio di scena: un tavolo da spostare, sedie che non servono più accatastate in un angolo. In realtà, quando Simone e Mattia sollevano il finto muro, lo spettatore può finalmente leggere la scritta tracciata da Alessandra pochi minuti prima.

Stampatello maiuscolo, vernice rossa:    W LA CARNIA LIBERA

Quarto quadro
La fuga,
la fine

Per prima spunta Greta, ma indossa la maschera. È di nuovo un cosacco. Poi è la volta di Sabina, di Giulia. Seguono Alessandra e Mattia. Quindi Tommaso, che paziente aspetta Simone. Cosacchi che entrano, come all’inizio. Le maschere dicono la stessa freddezza, ma i movimenti sono diversi. L’incedere non è più sicuro, il passo arranca.
Gli attori sollevano baveri che non indossano. È notte e fa freddo. È il tempo della fuga, della ritirata. Claudicanti, malconci, passano nuovamente tra il pubblico. Lo stesso pubblico che avevano occupato umiliandolo. Ora l’umiliazione è tutta sulle loro spalle. Giunti ai piedi del grande materasso blu, pista d’atterraggio per gli atleti del salto in alto, collocato in posizione verticale a fare da sfondo, i sette si fermano.
Gli occhi si perdono in quel blu.
Le mani lo raggiungono per calarlo a terra.
Ora quel materasso è la gelida Drava.
Il fiume in cui gettare i propri corpi esausti, saturi di disperazione.
La musica di sottofondo (un pianoforte) cresce insieme all’angoscia.
La prima a muoversi è Greta, con uno scatto che è quasi una piroetta da ballerina. I compagni, testimoni di quell’orrore, indietreggiano.
Le mani coprono i volti, alcune scorrono tra i capelli e li stringono.
Uno alla volta, altri quattro cosacchi ripetono quel gesto estremo.
Il materasso accoglie i corpi, che rimangono immobili.

Davanti al fiume, vivi, Tommaso e Simone sono testimoni del suicidio di un popolo. Il loro. Dietro le maschere gli occhi dei due si cercano, mentre piccoli passi li avvicinano al materasso-fiume. La musica, nel frattempo, è cresciuta ancora. Si sente che una fine è vicina.

La stessa dei compagni, oppure un’altra.
Non importa, basta che arrivi.

La musica si interrompe, i due cosacchi scappano.
Se la danno a gambe. In direzione opposta al fiume. Attraverseranno boschi, oltrepasseranno montagne.
Siano stati essi stati pavidi o coraggiosi, in quell’ultimo drammatico frangente, non sta a noi giudicare.


SESSANT’ANNI F.A.
(storia di un’invasione)

Uno spettacolo teatrale scritto e interpretato da

Greta Del Fabbro
Sabina Fiorenza
Simone Larese
Mattia Magi
Giulia Silverio
Alessandra Tach
Tommaso Vidale

con la regia di
Andrea Disint

cantato grazie alla consulenza di

Barbara Romanin

allestito e attrezzato con l’aiuto di

Ivan Tamussin
Ines Caneva
Barbara Romanin
Fam. Tenentini

impreziosito dalle musiche di

O Zone,
Clobeda’s,
Lino Straulino,
Ludovico Einaudi

ripreso con la videocamera da

Anna Del Fabbro