LA
FIENAGIONE IN CARNIA
Andrea Martinis
La
Carnia è una zona montuosa ed in passato era sfruttata solo per
i prodotti dell’agricoltura, per l’allevamento del bestiame
e lo sfruttamento dei boschi.
Fondamentale per l’allevamento del bestiame era garantire l’alimentazione
agli animali; in particolare per alimentare i bovini che fornivano il
latte e quindi i suoi derivati necessari per l’alimentazione umana.
Principale alimento erano l’erba d’estate e il fieno negli
altri periodi; si ricorreva quindi alla pratica della fienagione. Essa
è possibile grazie alla coltivazione di specifici terreni che
sono i prati.
Per prima cosa venivano concimati, poi ripuliti ed in seguito in essi
ricresceva l’erba. Si attendeva che essa fosse giunta ad un adeguato
stadio di maturazione e poi la si raccoglieva.
Il taglio si iniziava verso la metà di giugno e in passato si
effettuava solo con la falce a mano. La falce di tanto
in tanto veniva affilata con la cote e dopo averla
usata per qualche ora veniva riaffilata ancora con “las
batadorias”, una specie di piccolissima incudine
dove la falce veniva affilata e resa più tagliente con un apposito
martello.
Seguiva poi l’uso del rastrello per espandere l’erba che
formava una “solç” e questo
si faceva nelle giornate di sole. L’erba veniva poi rivoltata
perché si asciugasse meglio. La sera veniva ammucchiata in tanti
piccoli cumuli che si chiamavano “cavoi”.
Se il tempo minacciava pioggia veniva deposta sui “pâi”,
pali di sostegno di legno che avevano delle braccia per tener sollevato
quello che ormai era diventato quasi fieno. Il giorno dopo se era bel
tempo il fieno veniva di nuovo allargato sul terreno, dopo un poco rivoltato
ed era pronto per essere sistemato “tal stâli”
che era l’ambiente generalmente posto sopra il “cjôt”,
la stalla, dove alloggiavano le bestie. Esse potevano essere mucche,
vitelli, manze, pecore o capre.
Generalmente il fieno veniva trasportato nello stavolo a spalle dopo
averlo sistemato in “fas” (fasci)
o in “bleons” (fasci raccolti
in un lenzuolo), raramente veniva trasportato con carretti. Prima di
essere consumato, accatastato com’era, nel fienile subiva una
fermentazione. Dopo circa un mese, quando si era raffreddato, si presentava
in “bleses”, veniva tolto, smosso e dato in pasto agli animali.
Lo sfalcio si ripeteva diverse volte durante la bella stagione e il
numero dei tagli variava a seconda della bontà del terreno.
Il primo raccolto che si faceva nei prati più produttivi era
la medica, l’alimento più pregiato, composto
in prevalenza dall’erba di trifoglio detta “trifoi”.
Seguiva poi lo sfalcio più abbondante che formava “il
fen di tavela”. In seguito si faceva circa due mesi dopo
un altro sfalcio, che era meno abbondante del precedente taglio: questo
fieno che aveva subìto gli stessi lavori di trasformazione si
chiama “urtigoul”. Nei terreni ancora più
redditizi si praticava un altro sfalcio dal quale si otteneva un prodotto
chiamato “mujart”. Tutto veniva immagazzinato nel
fienile.
Va ricordata anche la fienagione che si praticava in montagna; essa
offriva la maggior quantità di fieno, pur essendo svolta su terreni
che non garantivano sempre abbondanza di erba; aveva però una
composizione di specie erbacee molto importanti e apprezzate dal bestiame.
Il lavoro si svolgeva come in campagna. Il fieno veniva ammucchiato
in baite dette “staipes” oppure
si facevano dei grandi covoni detti “medas”;
il fieno veniva disposto attorno a un palo di legno che serviva da sostegno
ed era chiamato “medîli”. La meda che aveva
la forma di un grande fascio era circondata in cima da uno o due anelli
fatti sempre con il fieno, posti attorno al palo perché non penetrasse
l'acqua della pioggia che lo avrebbe fatto marcire. Dopo circa un mese
veniva caricato sulla slitta, assicurato con delle corde dette “sigulins”.
Attorno al fieno si mettevano dei rami per tenerlo ben assieme. Tale
operazione si chiamava “la sfueja”. Anche nelle
baite prima di mettere il fieno si preparava il fondo con dei rami di
piante di foglia chiamate anch'esse “sfueja”. Dalla montagna
si scendeva per un percorso dette “strada da olgia”;
arrivati ai piedi della montagna si sistemava la slitta su un carretto
e la si trascinava fino al fienile dove veniva ammucchiato il fieno.
Attualmente i prati sfruttati per la raccolta del fieno sono pochissimi
e buona parte di quelli che un tempo erano molto produttivi si sono
trasformati in boschi o in radure con sterpi e rovi. Questo perché
nessuno tiene più il bestiame un tempo necessario per il sostentamento
della famiglia e oggi purtroppo non redditizio. I pochi allevatori della
Carnia per ragioni di convenienza economica falciano soprattutto i prati
dove si possono utilizzare le macchine e spesso sono costretti ad integrare
il raccolto effettuato nelle nostre valli con l'acquisto di fieno proveniente
dalla Bassa friulana dove l'agricoltura e l'allevamento sono ancora
abbastanza fiorenti e la fienagione è meno difficile e il fieno
quindi costa meno.

stavolo a Forni Avoltri
LA
FIENAGIONE
Agnese Gloder
Ho
svolto la mia ricerca sulla fienagione chiedendo informazioni ai miei
nonni e ai miei genitori.
Le attrezzature che venivano usate al tempo dei miei nonni erano tutte
manuali e tutte costruite dal falegname e dal fabbro del paese.
Gli attrezzi usati erano questi: per tagliare l’erba si usava
la falce o “fàlç”, che era composta da una
lama e da un manico di legno, c’era poi il “codâr”,
che era un contenitore di legno per portare “la côt”
che era una pietra che serviva ad affilare la lama durante il taglio
dell’erba. Quando poi la lama era troppo rovinata veniva rifatta
con la “batadoria”.
Per girare, ammucchiare e raccogliere l’erba si usavano la “forcja”
e il “rascjel”. Per trasportare
il “fen” si usavano il ”gei”,
il “sigulin”, “las bleons”,
“il cjaruç” , “la
cjarcula” e la “olgia”.
Per fare in modo che l'erba si seccasse veniva appoggiata sul “pâl
dal fen” che era un palo attraversato orizzontalmente da
bastoni.
Durante la stagione estiva venivano fatti tre tagli più o meno
in questi mesi: a giugno si raccoglieva il “fen”,
ad agosto il l' “ortigoul” e a settembre il “moiart”.
A primavera i prati venivano ripuliti dai sassi (claps), dai
residui del fieno e dalle foglie, “fuês”;
questa attività di ripulitura veniva chiamata “ramondâ”.
I prati venivano concimati in autunno o in primavera con il letame delle
mucche. In autunno quando cadevano le foglie si andava a “foêt”
e venivano ammucchiate nel “foetâr”, per
poi usarle come giaciglio per le mucche.
La giornata di chi tagliava l'erba iniziava molto presto, alle primissime
ore dell'alba, perché poi doveva rientrare a casa a mungere le
mucche. Dopo un paio di ore dal sorgere del sole ritornava nel prato
per distribuire bene l'erba non lasciando mucchi e questa operazione
veniva chiamata “spandi las solz”.
Appena pranzato ritornavano nel prato per voltare l'erba, “par
girâ il fen”, permettendo così l'asciugatura
anche sul lato che toccava il terreno. A metà pomeriggio l'erba
ciò che non era ancora pronto per essere trasportato nel fienile
veniva messo sui pali precedentemente fissati nel terreno facendo un
buco col palo di ferro, “pâl di fiêr”.
All'indomani questo fieno veniva di nuovo distribuito sul prato per
completarne l'essicazione; dopo un paio d'ore veniva girato e poi messo
nei lenzuoli chiamati “bleons” o confezionati in fasci per
portarlo nel fienile.
LA
FIENAGIONE
Sonia De Prato
Si
parla di fienagione tradizionale fino ai primi anni ottanta; essa consisteva
in tre sfalci. Si iniziava in autunno a spargere il letame nei prati
e in primavera verso aprile si procedeva con forca e rastrello al suo
sminuzzamento (fruciâ); lo si lasciava frollire e con
l'aiuto delle piogge primaverili riusciva a penetrare in profondità
nel terreno.
Il primo sfalcio avveniva nella prima quindicina di giugno. Ci si alzava
alla quattro- cinque di mattina per falciare fino alla otto. Dopo la
colazione si tornava nel prato ad allargare l'erba falciata (spandi
las solz). Verso l'una del pomeriggio si girava l'erba per farla
asciugare anche dall'altra parte. Verso le quattro se era bel tempo
si facevano las govenas, i covoni, e se minacciava brutto tempo,
si prepararono i pai: erano dei pali conficcati nel terreno
bucati nel mezzo per far passare dei bastoni che servivano ad appoggiare
il fieno per asciugarlo. All'indomani si andava ad allargare il fieno
in govenas o cavoi. Verso le due lo si ammucchiava e verso le quattro
si incominciava ad allargare per terra las bleons che erano
degli enormi lenzuoli di iuta oppure di vecchie stoffe resistenti; su
questi vi si appoggiava il fieno che poi veniva caricato sull'olgia,
una specie di slitta, e portato dentro lo stavolo. Dopo averlo ammucchiato
(intassât) lo si calpestava con i piedi perché
in autunno verso ottobre, con il ferro apposito (fièr par
il fen), lo si tagliava a pezzetti e lo si faceva scendere nella
stalla (chiamata cjôt), posta in genere sotto il fienile,
tramite la tromba dal fen, un buco che collegava i due ambienti.
Una volta arrivato nella stalla, il fieno veniva rovesciato con la forca
per essere buttato nella mangiatoia.
Il secondo sfalcio, chiamato urtigol, veniva
fatto verso la metà di agosto; i tempi impiegati per la lavorazione
del fieno erano gli stessi, mentre la quantità ottenuta era la
metà del primo raccolto. Ai primi di luglio si andava a fare
fieno in montagna, detto mars, che comprendeva tutti i tipi di fieno
raccolti in fondovalle ottenuti dai tre sfalci. Alle mucche il mars
veniva dato tra il fieno di coltura e l'urtigol. Una volta falciato
veniva fatto essiccare all'aria; in caso di cattivo tempo lo si ammucchiava
in cavoi molto stretti e piccoli. All'indomani lo si allargava e nelle
belle giornate, prima di pranzo lo si metteva nella baita (un tipo di
baita ne è esempio quello esposto nel piazzale dell'ex stazione
ad Ovaro). Il fen di mont rimaneva nella baita
fino in autunno e verso i primi di novembre gli uomini di casa, partendo
di buon mattino con la slitta lo andavano a prendere ed eseguivano la
stessa lavorazione del fondovalle, cioè lo tagliavano con il
ferro apposito a strisce lunghe (blesâ) a misura di slitta
e lo legavano con le corde chiamate sigulins. In alcuni prati di montagna
venivano fatti i covoni, las medas; anche in questo caso il fieno veniva
tagliato a metà con il ferro apposito e quindi a strisce per
caricarle poi sulla slitta e portarle metà al proprietario del
terreno nella sua stalla e l'altra metà rimaneva agli uomini
di casa (affittuari). Il fen di mont veniva ammucchiato a parte e veniva
mischiato all'erba di coltura e all'urtigol; lo si dava anche nei periodi
di gravidanza e dopo il parto delle mucche in dosi piccole perché
era molto sostanzioso. Il terzo ed ultimo sfalcio, muiart,
veniva eseguito verso la fine di settembre e i primi di ottobre. Veniva
lasciato a terra, dopo essere stato falciato, tre giorni e tre notti
e quindi, una volta secco, raccolto e portato nella stalla e ammucchiato
a parte. Questa taglio veniva dato alle manze, ai suini e agli ovini,
escluse le mucche perché questo tipo di fieno era alquanto indigesto.
Inoltre il muiart veniva dato alle galline mescolato ai calcinacci perché
dava la sostanza per formare il guscio di uova.

stavolo in Val
Pesarina
LA
STALLA
Stefania Frassinelli
LA STALLA DI MONTAGNA
La stalla di montagna è un edificio a due piani. Nel primo piano
vi sono tre stanze. In una veniva depositato il fogliame mentre adesso
viene depositata la segatura. La segatura viene utilizzata per asciugare
gli escrementi prodotti dalle mucche. Poi vi è una stanza dove
vengono portati i vari attrezzi da lavoro. Infine c’è la
stanza più grande dove risiedono le mucche e dove vi è
un grande corridoio. Il secondo piano invece viene utilizzato appositamente
per il fieno.
LA STALLA SOCIALE
La stalla sociale è formata dall’abitazione del custode,
cioè la casa dove risiede con la sua famiglia per tutto l’anno
ed ha uno o due piani, e dalla stalla vera e propria dove risiedono
le mucche.
Infatti da lí partono tutte le altre stanze, come ad esempio:
la “latteria”, il deposito del fieno, quello del concime
e dei liquami prodotti dalle mucche.
La latteria è il luogo dove giunge, grazie a vari tubi, tutto
il latte prodotto dalle mucche. Qui vi sono grandi recipienti dove viene
esso depositato.
Poi vi è il deposito del fieno dove viene trasportato col trattore
dai vari soci della stalla sociale. Prima che il fieno venga portato
nel deposito deve venire pesato dallo strumento chiamato la ”pesa”
e solo dopo può venire accumulato. Una certa quantità
di fieno viene tolta dal deposito e portata col trattore, attraverso
il corridoio di alimentazione, alle mangiatoie.
Nella stalla sociale è composta anche dal silos, contenitori
dove viene depositato il mangime e dal deposito concime e sostanze liquide.
Anche il deposito dei liquidi è una vasca, ma più piccola
della precedente, dove grazie al pendio dal terreno creato appositamente
dall’ uomo, giungono tutte le sostanze liquide prodotte dalle
mucche.
Il deposito concime è una vasca dove con dei nastri trasportatori
vengono portate tutte le scorie delle mucche.
GLI
STAVOLI DI CELLA
Cinzia Nassivera
Nel
mio paese ci sono pochi stavoli, ma uno è ancora fatto in modo
antico, perché tutti gli altri sono stati ristrutturati. Una
volta era una casa, poi è divenuto uno stavolo ed infine una
stalla, dove il padrone tiene 4 mucche; una di esse fa ogni anno un
vitellino, che una volta cresciuto viene portato al mercato per essere
venduto o macellato.
L'edificio non è molto grande; al piano terra c'é la stalla
per le mucche, il piano superiore è utilizzato come deposito
per i mangimi e il secondo piano viene usato come soffitta: qui la moglie
del proprietario tiene le piante e i semi che servono per il campo,
e persino i fiori.
La porta si trova al centro della stalla; entrando si vedono le 4 mucche,
e accanto il vitellino (se è nato) posto in un angolo recintato.
Nell’altro angolo ci sono le galline che attraverso un foro del
muro escono a razzolare nel giardino.
Al primo piano c’è il mangime per le mucche e per le galline;
Nel pian terreno dietro la stalla c’è un deposito per il
fieno e vicino uno sgabuzzino dove tengono gli attrezzi da lavoro. Sempre
dietro la stalla c’è un posto con degli enormi vasconi
dove viene ammucchiato il letame, che d'estate viene dato alle persone
che ne hanno bisogno per concimare il campo.

stavolo
a Raveo
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