LA FIENAGIONE

ricerca coordinata dal prof. Nicola Carbone

1a B a.s. 2003-04

LA FIENAGIONE IN CARNIA
Andrea Martinis

La Carnia è una zona montuosa ed in passato era sfruttata solo per i prodotti dell’agricoltura, per l’allevamento del bestiame e lo sfruttamento dei boschi.
Fondamentale per l’allevamento del bestiame era garantire l’alimentazione agli animali; in particolare per alimentare i bovini che fornivano il latte e quindi i suoi derivati necessari per l’alimentazione umana.
Principale alimento erano l’erba d’estate e il fieno negli altri periodi; si ricorreva quindi alla pratica della fienagione. Essa è possibile grazie alla coltivazione di specifici terreni che sono i prati.
Per prima cosa venivano concimati, poi ripuliti ed in seguito in essi ricresceva l’erba. Si attendeva che essa fosse giunta ad un adeguato stadio di maturazione e poi la si raccoglieva.
Il taglio si iniziava verso la metà di giugno e in passato si effettuava solo con la falce a mano. La falce di tanto in tanto veniva affilata con la cote e dopo averla usata per qualche ora veniva riaffilata ancora con “las batadorias”, una specie di piccolissima incudine dove la falce veniva affilata e resa più tagliente con un apposito martello.
Seguiva poi l’uso del rastrello per espandere l’erba che formava una “solç” e questo si faceva nelle giornate di sole. L’erba veniva poi rivoltata perché si asciugasse meglio. La sera veniva ammucchiata in tanti piccoli cumuli che si chiamavano “cavoi”. Se il tempo minacciava pioggia veniva deposta sui “pâi”, pali di sostegno di legno che avevano delle braccia per tener sollevato quello che ormai era diventato quasi fieno. Il giorno dopo se era bel tempo il fieno veniva di nuovo allargato sul terreno, dopo un poco rivoltato ed era pronto per essere sistemato “tal stâli” che era l’ambiente generalmente posto sopra il “cjôt”, la stalla, dove alloggiavano le bestie. Esse potevano essere mucche, vitelli, manze, pecore o capre.
Generalmente il fieno veniva trasportato nello stavolo a spalle dopo averlo sistemato in “fas” (fasci) o in “bleons” (fasci raccolti in un lenzuolo), raramente veniva trasportato con carretti. Prima di essere consumato, accatastato com’era, nel fienile subiva una fermentazione. Dopo circa un mese, quando si era raffreddato, si presentava in “bleses”, veniva tolto, smosso e dato in pasto agli animali.
Lo sfalcio si ripeteva diverse volte durante la bella stagione e il numero dei tagli variava a seconda della bontà del terreno.
Il primo raccolto che si faceva nei prati più produttivi era la medica, l’alimento più pregiato, composto in prevalenza dall’erba di trifoglio detta “trifoi”. Seguiva poi lo sfalcio più abbondante che formava “il fen di tavela”. In seguito si faceva circa due mesi dopo un altro sfalcio, che era meno abbondante del precedente taglio: questo fieno che aveva subìto gli stessi lavori di trasformazione si chiama “urtigoul”. Nei terreni ancora più redditizi si praticava un altro sfalcio dal quale si otteneva un prodotto chiamato “mujart”. Tutto veniva immagazzinato nel fienile.
Va ricordata anche la fienagione che si praticava in montagna; essa offriva la maggior quantità di fieno, pur essendo svolta su terreni che non garantivano sempre abbondanza di erba; aveva però una composizione di specie erbacee molto importanti e apprezzate dal bestiame. Il lavoro si svolgeva come in campagna. Il fieno veniva ammucchiato in baite dette “staipes” oppure si facevano dei grandi covoni detti “medas”; il fieno veniva disposto attorno a un palo di legno che serviva da sostegno ed era chiamato “medîli”. La meda che aveva la forma di un grande fascio era circondata in cima da uno o due anelli fatti sempre con il fieno, posti attorno al palo perché non penetrasse l'acqua della pioggia che lo avrebbe fatto marcire. Dopo circa un mese veniva caricato sulla slitta, assicurato con delle corde dette “sigulins”. Attorno al fieno si mettevano dei rami per tenerlo ben assieme. Tale operazione si chiamava “la sfueja”. Anche nelle baite prima di mettere il fieno si preparava il fondo con dei rami di piante di foglia chiamate anch'esse “sfueja”. Dalla montagna si scendeva per un percorso dette “strada da olgia”; arrivati ai piedi della montagna si sistemava la slitta su un carretto e la si trascinava fino al fienile dove veniva ammucchiato il fieno.
Attualmente i prati sfruttati per la raccolta del fieno sono pochissimi e buona parte di quelli che un tempo erano molto produttivi si sono trasformati in boschi o in radure con sterpi e rovi. Questo perché nessuno tiene più il bestiame un tempo necessario per il sostentamento della famiglia e oggi purtroppo non redditizio. I pochi allevatori della Carnia per ragioni di convenienza economica falciano soprattutto i prati dove si possono utilizzare le macchine e spesso sono costretti ad integrare il raccolto effettuato nelle nostre valli con l'acquisto di fieno proveniente dalla Bassa friulana dove l'agricoltura e l'allevamento sono ancora abbastanza fiorenti e la fienagione è meno difficile e il fieno quindi costa meno.


stavolo a Forni Avoltri

 

LA FIENAGIONE
Agnese Gloder

Ho svolto la mia ricerca sulla fienagione chiedendo informazioni ai miei nonni e ai miei genitori.
Le attrezzature che venivano usate al tempo dei miei nonni erano tutte manuali e tutte costruite dal falegname e dal fabbro del paese.
Gli attrezzi usati erano questi: per tagliare l’erba si usava la falce o “fàlç”, che era composta da una lama e da un manico di legno, c’era poi il “codâr”, che era un contenitore di legno per portare “la côt” che era una pietra che serviva ad affilare la lama durante il taglio dell’erba. Quando poi la lama era troppo rovinata veniva rifatta con la “batadoria”.
Per girare, ammucchiare e raccogliere l’erba si usavano la “forcja” e il “rascjel”. Per trasportare il “fen” si usavano il ”gei”, il “sigulin”, “las bleons”, “il cjaruç” , “la cjarcula” e la “olgia”.
Per fare in modo che l'erba si seccasse veniva appoggiata sul “pâl dal fen” che era un palo attraversato orizzontalmente da bastoni.
Durante la stagione estiva venivano fatti tre tagli più o meno in questi mesi: a giugno si raccoglieva il “fen”, ad agosto il l' “ortigoul” e a settembre il “moiart”.
A primavera i prati venivano ripuliti dai sassi (claps), dai residui del fieno e dalle foglie, “fuês”; questa attività di ripulitura veniva chiamata “ramondâ”.
I prati venivano concimati in autunno o in primavera con il letame delle mucche. In autunno quando cadevano le foglie si andava a “foêt” e venivano ammucchiate nel “foetâr”, per poi usarle come giaciglio per le mucche.
La giornata di chi tagliava l'erba iniziava molto presto, alle primissime ore dell'alba, perché poi doveva rientrare a casa a mungere le mucche. Dopo un paio di ore dal sorgere del sole ritornava nel prato per distribuire bene l'erba non lasciando mucchi e questa operazione veniva chiamata “spandi las solz”.
Appena pranzato ritornavano nel prato per voltare l'erba, “par girâ il fen”, permettendo così l'asciugatura anche sul lato che toccava il terreno. A metà pomeriggio l'erba ciò che non era ancora pronto per essere trasportato nel fienile veniva messo sui pali precedentemente fissati nel terreno facendo un buco col palo di ferro, “pâl di fiêr”. All'indomani questo fieno veniva di nuovo distribuito sul prato per completarne l'essicazione; dopo un paio d'ore veniva girato e poi messo nei lenzuoli chiamati “bleons” o confezionati in fasci per portarlo nel fienile.

LA FIENAGIONE
Sonia De Prato

Si parla di fienagione tradizionale fino ai primi anni ottanta; essa consisteva in tre sfalci. Si iniziava in autunno a spargere il letame nei prati e in primavera verso aprile si procedeva con forca e rastrello al suo sminuzzamento (fruciâ); lo si lasciava frollire e con l'aiuto delle piogge primaverili riusciva a penetrare in profondità nel terreno.
Il primo sfalcio avveniva nella prima quindicina di giugno. Ci si alzava alla quattro- cinque di mattina per falciare fino alla otto. Dopo la colazione si tornava nel prato ad allargare l'erba falciata (spandi las solz). Verso l'una del pomeriggio si girava l'erba per farla asciugare anche dall'altra parte. Verso le quattro se era bel tempo si facevano las govenas, i covoni, e se minacciava brutto tempo, si prepararono i pai: erano dei pali conficcati nel terreno bucati nel mezzo per far passare dei bastoni che servivano ad appoggiare il fieno per asciugarlo. All'indomani si andava ad allargare il fieno in govenas o cavoi. Verso le due lo si ammucchiava e verso le quattro si incominciava ad allargare per terra las bleons che erano degli enormi lenzuoli di iuta oppure di vecchie stoffe resistenti; su questi vi si appoggiava il fieno che poi veniva caricato sull'olgia, una specie di slitta, e portato dentro lo stavolo. Dopo averlo ammucchiato (intassât) lo si calpestava con i piedi perché in autunno verso ottobre, con il ferro apposito (fièr par il fen), lo si tagliava a pezzetti e lo si faceva scendere nella stalla (chiamata cjôt), posta in genere sotto il fienile, tramite la tromba dal fen, un buco che collegava i due ambienti. Una volta arrivato nella stalla, il fieno veniva rovesciato con la forca per essere buttato nella mangiatoia.
Il secondo sfalcio, chiamato urtigol, veniva fatto verso la metà di agosto; i tempi impiegati per la lavorazione del fieno erano gli stessi, mentre la quantità ottenuta era la metà del primo raccolto. Ai primi di luglio si andava a fare fieno in montagna, detto mars, che comprendeva tutti i tipi di fieno raccolti in fondovalle ottenuti dai tre sfalci. Alle mucche il mars veniva dato tra il fieno di coltura e l'urtigol. Una volta falciato veniva fatto essiccare all'aria; in caso di cattivo tempo lo si ammucchiava in cavoi molto stretti e piccoli. All'indomani lo si allargava e nelle belle giornate, prima di pranzo lo si metteva nella baita (un tipo di baita ne è esempio quello esposto nel piazzale dell'ex stazione ad Ovaro). Il fen di mont rimaneva nella baita fino in autunno e verso i primi di novembre gli uomini di casa, partendo di buon mattino con la slitta lo andavano a prendere ed eseguivano la stessa lavorazione del fondovalle, cioè lo tagliavano con il ferro apposito a strisce lunghe (blesâ) a misura di slitta e lo legavano con le corde chiamate sigulins. In alcuni prati di montagna venivano fatti i covoni, las medas; anche in questo caso il fieno veniva tagliato a metà con il ferro apposito e quindi a strisce per caricarle poi sulla slitta e portarle metà al proprietario del terreno nella sua stalla e l'altra metà rimaneva agli uomini di casa (affittuari). Il fen di mont veniva ammucchiato a parte e veniva mischiato all'erba di coltura e all'urtigol; lo si dava anche nei periodi di gravidanza e dopo il parto delle mucche in dosi piccole perché era molto sostanzioso. Il terzo ed ultimo sfalcio, muiart, veniva eseguito verso la fine di settembre e i primi di ottobre. Veniva lasciato a terra, dopo essere stato falciato, tre giorni e tre notti e quindi, una volta secco, raccolto e portato nella stalla e ammucchiato a parte. Questa taglio veniva dato alle manze, ai suini e agli ovini, escluse le mucche perché questo tipo di fieno era alquanto indigesto. Inoltre il muiart veniva dato alle galline mescolato ai calcinacci perché dava la sostanza per formare il guscio di uova.


stavolo in Val Pesarina

LA STALLA
Stefania Frassinelli


LA STALLA DI MONTAGNA

La stalla di montagna è un edificio a due piani. Nel primo piano vi sono tre stanze. In una veniva depositato il fogliame mentre adesso viene depositata la segatura. La segatura viene utilizzata per asciugare gli escrementi prodotti dalle mucche. Poi vi è una stanza dove vengono portati i vari attrezzi da lavoro. Infine c’è la stanza più grande dove risiedono le mucche e dove vi è un grande corridoio. Il secondo piano invece viene utilizzato appositamente per il fieno.

LA STALLA SOCIALE

La stalla sociale è formata dall’abitazione del custode, cioè la casa dove risiede con la sua famiglia per tutto l’anno ed ha uno o due piani, e dalla stalla vera e propria dove risiedono le mucche.
Infatti da lí partono tutte le altre stanze, come ad esempio: la “latteria”, il deposito del fieno, quello del concime e dei liquami prodotti dalle mucche.
La latteria è il luogo dove giunge, grazie a vari tubi, tutto il latte prodotto dalle mucche. Qui vi sono grandi recipienti dove viene esso depositato.
Poi vi è il deposito del fieno dove viene trasportato col trattore dai vari soci della stalla sociale. Prima che il fieno venga portato nel deposito deve venire pesato dallo strumento chiamato la ”pesa” e solo dopo può venire accumulato. Una certa quantità di fieno viene tolta dal deposito e portata col trattore, attraverso il corridoio di alimentazione, alle mangiatoie.
Nella stalla sociale è composta anche dal silos, contenitori dove viene depositato il mangime e dal deposito concime e sostanze liquide.
Anche il deposito dei liquidi è una vasca, ma più piccola della precedente, dove grazie al pendio dal terreno creato appositamente dall’ uomo, giungono tutte le sostanze liquide prodotte dalle mucche.
Il deposito concime è una vasca dove con dei nastri trasportatori vengono portate tutte le scorie delle mucche.

GLI STAVOLI DI CELLA
Cinzia Nassivera

Nel mio paese ci sono pochi stavoli, ma uno è ancora fatto in modo antico, perché tutti gli altri sono stati ristrutturati. Una volta era una casa, poi è divenuto uno stavolo ed infine una stalla, dove il padrone tiene 4 mucche; una di esse fa ogni anno un vitellino, che una volta cresciuto viene portato al mercato per essere venduto o macellato.
L'edificio non è molto grande; al piano terra c'é la stalla per le mucche, il piano superiore è utilizzato come deposito per i mangimi e il secondo piano viene usato come soffitta: qui la moglie del proprietario tiene le piante e i semi che servono per il campo, e persino i fiori.
La porta si trova al centro della stalla; entrando si vedono le 4 mucche, e accanto il vitellino (se è nato) posto in un angolo recintato. Nell’altro angolo ci sono le galline che attraverso un foro del muro escono a razzolare nel giardino.
Al primo piano c’è il mangime per le mucche e per le galline;
Nel pian terreno dietro la stalla c’è un deposito per il fieno e vicino uno sgabuzzino dove tengono gli attrezzi da lavoro. Sempre dietro la stalla c’è un posto con degli enormi vasconi dove viene ammucchiato il letame, che d'estate viene dato alle persone che ne hanno bisogno per concimare il campo.



stavolo a Raveo